Criptovalute e tasse in Italia nel 2026: cosa cambia con l'aliquota al 33%

Dal 1° gennaio 2026 l'imposta sulle plusvalenze da criptovalute è salita al 33% e la franchigia di 2.000 euro è sparita: ecco come cambiano i conti e cosa verificare prima di fine anno.

Criptovalute e tasse in Italia nel 2026: cosa cambia con l'aliquota al 33%

A metà settembre, mentre il traffico dell'app di trading si placa dopo le vacanze, molti investitori italiani in Bitcoin ed Ethereum riaprono per la prima volta da mesi la sezione "cronologia transazioni" del proprio exchange. Non lo fanno per curiosità: dal 1° gennaio 2026 l'imposta sostitutiva sulle plusvalenze da cripto-attività è salita dal 26% al 33%, e la vecchia franchigia di 2.000 euro che esentava i piccoli guadagni è sparita del tutto. Chi ha comprato Bitcoin nel 2020 a poco più di 20.000 euro e oggi si ritrova un portafoglio che vale multipli di quella cifra, sta scoprendo che vendere nel momento sbagliato, con la dichiarazione fatta male, può costare qualche migliaio di euro in più del previsto.

Cosa è cambiato davvero dal 1° gennaio 2026

La Legge di Bilancio 2025, entrata in vigore per l'anno fiscale corrente, ha portato l'aliquota ordinaria sulle plusvalenze da cripto-attività dal 26% al 33%. Per chi deve ancora chiudere la dichiarazione dei redditi 2025 tramite il 730/2026, questo cambio non conta: quei guadagni restano tassati alla vecchia aliquota del 26%, senza sorprese. Il 33% si applica soltanto alle plusvalenze realizzate a partire dal 1° gennaio 2026, quindi tutto quello che stai vendendo o convertendo in euro in queste settimane rientra già nel nuovo regime. C'è un'eccezione che in pochi conoscono davvero: i token denominati in euro, cioè gli stablecoin ancorati alla moneta unica, restano tassati al 26%, perché il legislatore li ha trattati come uno strumento diverso dalle cripto-attività speculative in senso stretto.

Resta invariato, invece, il principio che regola gli scambi cripto-cripto: convertire Bitcoin in Ethereum, o Ethereum in un altro token con caratteristiche equivalenti, non genera di per sé un evento fiscalmente rilevante. La plusvalenza scatta quando trasformi la cripto-attività in euro, quando la usi per pagare un bene o un servizio, o quando la trasferisci a titolo gratuito superando certe soglie. Molti investitori continuano a confondere questo punto, convinti che ogni trade tra due monete digitali vada dichiarato: non è così, ma è un buon motivo in più per tenere un registro ordinato di ogni operazione, perché la linea tra "scambio equivalente" e "conversione imponibile" a volte è meno netta di quanto sembri sulla carta.

Quanto paghi davvero: un esempio con i numeri

Immagina di aver comprato 0,5 BTC nel 2021 a 28.000 euro totali e di venderlo oggi, a metà settembre 2026, per 61.000 euro. La plusvalenza è di 33.000 euro. Con l'aliquota del 26%, in vigore fino al 31 dicembre 2025, avresti pagato 8.580 euro di imposta sostitutiva. Con il 33% attuale, la stessa plusvalenza costa 10.890 euro: 2.310 euro in più solo per l'effetto del cambio di aliquota, a parità di guadagno. E siccome la franchigia di 2.000 euro non esiste più, anche chi realizza plusvalenze piccole — 500 o 800 euro in un anno — deve dichiararle e pagarle, mentre fino al 2025 restavano semplicemente esenti sotto quella soglia.

Fa più male di quanto sembri sulla carta.

Il calcolo si complica quando hai comprato la stessa cripto-attività in momenti diversi, a prezzi diversi: la normativa italiana impone il criterio LIFO temperato dalla media ponderata dei costi, non la scelta libera di quale "lotto" vendere per primo. Chi ha accumulato Bitcoin con acquisti ricorrenti mensili per tre o quattro anni, magari tramite un piano di accumulo su Coinbase o su Kraken, deve ricostruire il costo medio di carico su tutte le tranche, non solo sull'ultimo acquisto. È un lavoro che un foglio di calcolo gestisce bene se hai tenuto traccia di ogni operazione fin dall'inizio, molto meno bene se stai cercando di ricostruire tre anni di storico da un'app che nel frattempo ha cambiato interfaccia due volte.

Il quadro RW e il rischio di dimenticarlo

Chi detiene cripto-attività su exchange esteri — Binance, Kraken, Coinbase, Bybit sono tutti operatori con sede legale fuori dall'Italia — è tenuto a compilare il quadro RW del modello Redditi Persone Fisiche, indipendentemente dal fatto che abbia realizzato o meno una plusvalenza nell'anno. Dimenticarlo non è un dettaglio: la sanzione per l'omesso monitoraggio fiscale va dal 3% al 15% del valore non dichiarato, che sale dal 6% al 30% se le attività sono detenute in Paesi a fiscalità privilegiata. Molti contribuenti pensano che il quadro RW riguardi solo chi ha conti bancari a Montecarlo o a Dubai, e restano sorpresi quando scoprono che vale anche per un wallet su un'app che usano ogni giorno dal telefono.

  • Cripto-attività su exchange esteri: quadro RW obbligatorio ogni anno, anche senza vendite.
  • Wallet non custodial (es. hardware wallet personale): l'Agenzia delle Entrate ne richiede comunque l'indicazione, perché il criterio è la disponibilità della cripto-attività, non la sede del custode.
  • Plusvalenze da vendita o conversione in euro: quadro T del modello Redditi, con l'imposta sostitutiva calcolata al 33% dal 2026.
  • Staking e rendimenti da lending: trattati come redditi diversi, tassati anch'essi, con regole che alcuni commercialisti interpretano ancora in modo non uniforme — su questo punto, meglio farsi confermare il trattamento dal proprio consulente prima di dichiarare, e non fidarsi del primo forum che capita.

Perché conviene fare il punto adesso, a metà settembre

Le minusvalenze da cripto-attività si possono compensare con le plusvalenze realizzate nello stesso anno fiscale, ma non oltre il 31 dicembre. Chi ha venduto in perdita un token a marzo, magari uno di quelli che sono crollati durante una delle tante correzioni di mercato della primavera, ha ancora tre mesi e mezzo per realizzare plusvalenze su altre posizioni e compensarle, riducendo l'imposta netta dovuta. Aspettare gennaio significa perdere quella finestra: la perdita di marzo resta lì, inutilizzabile contro un guadagno che magari arriva a febbraio dell'anno successivo. Conviene, se hai posizioni aperte in utile e in perdita su piattaforme diverse, fare un conteggio unico adesso, prima che l'ultimo trimestre si riempia di altre urgenze — dichiarazione dei redditi, bonus da richiedere, spese di fine anno.

C'è però un rovescio della medaglia, ed è onesto guardarlo in faccia: vendere in perdita solo per compensare un guadagno fiscale ha un costo nascosto se il mercato si riprende nei giorni successivi. Hai realizzato la minusvalenza, hai ridotto le tasse, ma hai anche perso l'eventuale rimbalzo su quella posizione — a meno che tu non decida di riacquistare subito dopo, cosa che in teoria è permessa per le cripto-attività (a differenza dei titoli quotati, non esiste per ora una norma sul "wash sale" nel nostro ordinamento). Meglio quindi non trasformare la pianificazione fiscale di fine anno in un pretesto per vendere tutto d'impulso: la compensazione ha senso quando la posizione va comunque chiusa per motivi di portafoglio, non come unico obiettivo.

Cosa controllare prima di dicembre, in pratica

Il primo passo, banale ma spesso saltato, è scaricare lo storico completo delle transazioni da ogni piattaforma usata durante l'anno, inclusi i wallet personali collegati a DeFi o a protocolli di staking. Il secondo è calcolare il costo medio di carico per ogni cripto-attività ancora in portafoglio, così da sapere con precisione quale sarebbe la plusvalenza o la minusvalenza se vendessi oggi. Il terzo, e qui molti si fermano troppo tardi, è confrontare questo conteggio con un commercialista che abbia già seguito casi simili: la materia cambia ogni anno — 26% fino al 2025, 33% dal 2026, con la possibilità concreta di ulteriori modifiche nelle prossime leggi di bilancio — e un professionista aggiornato vale più di qualsiasi guida generica trovata online, questa compresa.

Da evitare, in ogni caso, è l'approccio "tanto nessuno controlla": dal 2026 l'Italia applica anche le regole europee DAC8, che impongono agli exchange di comunicare automaticamente all'Agenzia delle Entrate i dati delle transazioni dei clienti residenti in Italia. Il margine per dichiarare "a occhio", sperando che nessuno confronti i numeri, si è ristretto in modo significativo rispetto a due o tre anni fa, quando gli scambi tra piattaforme diverse erano molto più difficili da tracciare per il fisco italiano.