Quando firmi un nuovo contratto ti mettono davanti una scelta che sembra burocrazia e invece pesa per migliaia di euro: lasciare il TFR in azienda o versarlo in un fondo pensione. La maggior parte non decide e lascia tutto com'è, che è già una scelta, spesso non la migliore.
Cosa cambia tra le due strade
Il TFR lasciato in azienda si rivaluta ogni anno di una cifra fissa, l'1,5%, più il 75% dell'inflazione registrata dall'ISTAT. In anni di inflazione bassa rende pochissimo; in anni di prezzi alti recupera un po'. È prevedibile e senza rischi, ma il potenziale di crescita è limitato per definizione.
Versato in un fondo pensione, lo stesso TFR viene investito sui mercati. Su orizzonti lunghi, una linea bilanciata o azionaria può rendere parecchio di più, ma con oscillazioni nel mezzo. Il vantaggio decisivo arriva alla fine: la tassazione sulla prestazione del fondo scende dal 23% fino al 9% in base agli anni di adesione, mentre sul TFR in azienda paghi la tassazione separata, in genere ben più alta.
Una scelta non per tutti uguale
- Sei giovane e ti mancano 25 o 30 anni alla pensione: il fondo, quasi sempre.
- Ti mancano pochi anni e vuoi certezza assoluta: l'azienda regge ancora.
- Lavori in una piccola impresa: valuta che lì il TFR non è protetto come in un fondo esterno.
Un fattore che pesa più di quanto si creda è la solidità di chi custodisce il TFR. In azienda, soprattutto se piccola, quei soldi restano un debito del datore di lavoro verso di te: in caso di fallimento entra in gioco il Fondo di Garanzia dell'INPS, ma con tempi e limiti. In un fondo pensione esterno, invece, il capitale è separato e intestato a te. Per chi lavora in una realtà fragile, questo argomento da solo può far pendere la bilancia verso il fondo.
Meglio sapere fin da subito che la scelta di destinare il TFR al fondo è di norma irreversibile. È il prezzo da pagare per il vantaggio fiscale, ed è il motivo per cui vale la pena leggere il regolamento del fondo prima di firmare, non dopo.